
Attila József
MIA MADRE
Con due mani reggeva la tazza:
al calar della sera una domenica
in silenzio sorrise; si sedette
nella penombra un poco.
Si era portata in un casserolino
dalle eccellenze, a casa, la sua cena;
ci siamo messi a letto, mi stupivo:
essi mangiano pentole piene.
Era mia madre, piccola, moriva presto:
le lavandaie muoiono pre...sto;
le loro gambe si piegano per il gran peso,
la testa fa male dallo stirare.
E’ là il bucato, la loro montagna.
Ed è un gioco di nuvole il vapore,
che calma i nervi:per cambiar aria,
c’è la soffitta per la lavandaia.
Vedo, si ferma col ferro da stiro;
il capitale ha infranto il suo fragile corpo;
sempre più esile divenne:
pensateci, proletari.
Lavare l’ha resa un po’ curva:
e non sapevo che era una donna giovane,
nel suo sogno portava un grembiule pulito,
e allora il postino la salutava.

Attila József
CANTO
Sereno sono e silenzioso.
Ho lasciato la pipa, il temperino.
Sereno sono e silenzioso.
Op, vento! Soffia il canto mio dovunque!
Non c’è nessuno di cui potrei dire:
“si è compiaciuto della mia miseria”.
Ero nuvola, adesso splende il sole.
Sereno sono e silenzioso.

Attila József
UN GIORNO
Un giorno verrà a prendermi la morta
che mi dié la vita, mi cullò cantando.
L’amore ecco svanisce nel mio cuore,
la fedeltà si eclissa, nel silenzio
tornano i canti. Simile allo spazio
si allargherà la mente. Apparirà
l’anima cosa vana: ciò che fu
pazienza per l’esistere, l’immagine
rovesciata del mondo, dentro me
sper...duta vagherà. Si sfarà il corpo
come un tessuto roso dalle tarme.
E verrà allora a prendermi la morta
che visse, che cantando mi cullò.
(Attila Jozsef)
MOSTANÁBAN TÖRTÉNT













